RICONOSCIMENTO DEL COMUNE DI CARRARA AL MAESTRO

GUALTIERO PASSANI




Questa mattina, nella sala di rappresentanza del Comune di Carrara, è stato rilasciato un attestato di merito al Maestro Gualtiero Passani (Carrarese di nascita e Lucchese di adozione),con la seguente motivazione:”L’Amministrazione Comunale di Carrara ringrazia Gualtiero Passani, maestro della pittura che ha onorato il nome della sua città natale con la propria vocazione artistica riconosciuta a livello internazionale. Il Comune si onora di attribuire al maestro questo riconoscimento per la coerenza e la costante ricerca e sperimentazione artistica”.


Alla cerimonia, presenziata dall’Assessore alla cultura Giovanna Bernardini, era presente il Maestro Gualtiero Passani e il Critico d’Arte Lorenzo Pacini, davanti ad un pubblico di appassionati che ha seguito con interesse gli interventi che si sono succeduti.


L’Assessore Bernardini ha parlato delle emozioni  che hanno in Lei suscitato le opere del Maestro, facendo interessanti considerazioni sui vari periodi della sua Arte, esaltandone il valore qualitativo. Con amabile dovizia e competenza ha saputo motivare in modo colto e acuto i vari aspetti che l’Arte di Passani propone, giustificando con la sua preparazione culturale a pieno titolo, il ruolo istituzionale che ricopre. Ha inoltre sottolineato il Suo personale impegno di promuovere l’organizzazione, in un prossimo futuro, di una personale del Maestro Passani  da realizzarsi in una prestigiosa struttura di pertinenza dell’Amministrazione Comunale.


Nel suo intervento l’Artista  ha descritto il periodo trascorso nella sua amata città, dagli anni di studio all’Accademia di Belle Arti dove si è diplomato, alle tante frequentazioni qui avute. Ha parlato del trasferimento, avvenuto negli anni ’70, nella città di Lucca dove ancora oggi risiede. Si è soffermato sui tanti Artisti che hanno con Lui percorso tratti di vita; da Moses levj a Ottone Rosai, da Ardengo Soffici a Pablo Picasso. Un turbinio di esperienze che lo hanno stimolato ed arricchito contribuendo alla sua maturazione artistica, ma che non hanno inficiato nel suo personale desiderio di esprimere la propria interiorità.


E’ stata poi la volta di Lorenzo Pacini, autore fra l’altro di un libro sull’Arte e la personalità di Gualtiero Passani dal titolo: “Gualtiero Passani-L’Arte nella sua vibrante passione-“. Questi, ha parlato di quanto sia stato interessante incontrare un’Artista del livello di Gualtiero Passani e della Sua genuinità creativa. Una sintetica analisi di un percorso Artistico che in 60 anni di attività ha prodotto una qualità pittorica, estremamente variegata, sempre compenetrata di personale emozionalità, al di fuori di mode momentanee e facili lusinghe del mercato.


Fra gli applausi dei presenti, la Dott.ssa Bernardini, anche a nome dell’Amministrazione Comunale, ha  donato al Maestro Passani una preziosa medaglia e la pergamena con l’attestato di benemerenza del Comune di Carrara.

Di prossima pubblicazione


L’ARTE E’ INUTILE


Quando pensi di sapere qualcosa di più sull’Arte, ti rendi conto di quanto poco sai. Il cervello può contenere e archiviare nomi e date, ambienti di influenza, storie, aneddoti, lacerazioni ed esaltazione di tanti artisti ma poi la riprova di questa ignoranza, sta nel constatare le volte che non capisci o quelle, dove da “pseudo critico”, ti illudi di scrivere qualcosa sull’artista ma in realtà non fai altro che un’autobiografia di te stesso.


L’Arte è inutile; non serve per mangiare, non cura le malattie, non combatte le guerre ne genera la pace. L’uomo-materia ha cose più importanti da fare: nutrirsi, imporsi sul circostante, appagarsi sessualmente, dare sfogo al suo ego e alla sua prorompente unicità; quando ha lo stomaco pieno, ha tenuto a bada il prossimo e magari tiene la mano sulla pelle morbida dell’essere che scalda i suoi sensi, arriva il momento propizio per interessarsi anche all’inutilità dell’Arte “appunto”.


L’uomo “primitivo”, probabilmente era sazio quando si accingeva a scarabocchiare le pareti della grotta che lo ospitava. Sicuramente intendeva auto-celebrare le sue ardite imprese di cacciatore, dimostrare con quei graffiti la superiorità su un mondo animale che aveva tutta l’intenzione di dominare e soggiogare ai suoi bisogni, sentiva l’umano bisogno di lasciare una traccia del suo passaggio. Sono passate alcune decine di migliaia d’anni ma l’uomo non è sostanzialmente cambiato, sui muri delle nostre città non si raffigurano più scene di caccia, ma questi non può fare a meno di segnalare la sua presenza e informare tutto il genere umano di quanto ama la sua “lei” o di quanto sia zoccola quella che lo ha piantato.


Non è accertato che il leone la sera, sdraiato ad osservare un meraviglioso tramonto, provi emozioni diverse dal bagnante sulla sedia a sdraio, che assiste allo sciogliersi del sole nel mare. Una cosa però consola noi poveri umani; gli animali a differenza di noi “bipedi pensanti”, non hanno mai utilizzato gli arti per descrivere o raffigurare le “loro emozionalità” e questo ci fa illudere di avere quella marcia in più che ci fa sentire un po’ meno meschini, non del mondo animale, ma della nostra comune mediocrità.


Tralasciando le raffigurazioni “rupestri” dei primordi, le prove artistiche che ci riempiono “dell’umano orgoglio” non vanno oltre i 6-7000 anni di tenuta, augurandoci che un’insana non cultura pseudo-religiosa non finisca per distruggere queste importanti memorie storiche, come gli ultimi accadimenti fanno presagire. E’ triste pensare che le così dette “culle della civiltà”, possono aver generato nelle loro odierne alcove, individui che, oltre alle barbarie verso i propri simili, orientano la totale degenerazione umana e culturale, all’incosciente distruzione di quei siti e quelle opere che dovrebbero dimostrare agli stessi individui, di aver avuto antenati sicuramente più degni di una progenie così squallida e ripugnante.


Parto dalla convinzione che la genuinità dell’espressione artistica, e la non strumentale raffigurazione della personale interiorità è una certezza nei bambini. La descrizione visiva che questi fanno delle persone e dell’ambiente in cui vivono, proprio per la mancanza di filtri e condizionamenti di qualunque tipo; risulta, totalmente veritiera di quanto essi vogliono esprimere. A volte, valutando con superficialità questi disegni, siamo portati a non considerare l’importanza di quello che i bambini vogliono dire a loro stessi e al circostante. Molto si potrebbe imparare e capire, anche del nostro passato e del nostro presente, se solo imparassimo a prestare attenzione a questi “messaggi” che proprio per la loro genuinità, denunciano molto spesso uno stato di cose per certi versi innaturale, dove la nostra “maturità” ci ha fatto invischiare, perdendo di vista quelli che sono gli aspetti importanti della vita.

Gesù a detto:< ..se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli>. A questo aggiungerei (scusandomi per l’accostamento); se un’artista non si pone davanti alla tela con lo spirito puro di chi vuole esprimere la sua verità, non può venir fuori niente di buono, se non un banale esercizio di basso artigianato.


Ho conosciuto pittori e scultori che si sono modificati ed “auto violentati”, per seguire il mercato (dotati di un indubbio talento), hanno sentito più forte il richiamo della “pagnotta”, tradendo la loro stessa anima, impedendogli di volare. Hanno realizzato quei lavori che la committenza desiderava, turandosi il naso e utilizzando il cosiddetto “mestiere”. In certi casi non c’è stato ritorno, il fuoco piano-piano si è spento (dentro di loro), a vantaggio del portafoglio che invece si è gonfiato. In qualche caso la critica non capendo l’involuzione, si è pure prodigata in lodi e valutazioni assolutamente immeritate.


“Artista” è una parola abusata nell’uso e utilizzata molto spesso a sproposito per indicare quello che la maggior parte delle volte, l’individuo non è. L’Artista vive sempre in fuga, ma non in fuga da se stesso o dalla realtà, vive in fuga dai posti di blocco del conservatorismo, dall’omologazione, dall’ipocrisia. L’Artista, quello vero, racconta le cose senza strumentalizzarle, non ne ha bisogno, è in fuga da tutte quelle forze che lo vogliono bloccare, far stare zitto.


L’Artista si sente solo, singolare e aristocratico, vive a disagio in mezzo alla società democratica ed uniforme. Si sente da questa odiato e considerato inutile, superbo e arriva a volte a disprezzarla.

Le sue opere non si rivolgono ai più, ma a pochi iniziati. I bravi Artisti copiano, i grandi Artisti rubano, il mondo non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un Artista originale.


Michelangelo Buonarroti, col massimo del sentimento positivista declamava:<NON HA L’OTTIMO ARTISTA ALCUN CONCETTO / CH’UN MARMO SOLO IN SE NON CIRCOSCRIVA / COL SUO SUPERCHIO, E SOLO A QUELLO ARRIVA / LA MAN CHE UBBIDISCE ALL’INTELLETTO>. Parole che in parte contrastano con quello che io immagino un grande sforzo e una grande ricerca, ma che fanno onore a chi è riuscito a “creare un mondo nuovo”, dando un’anima vivente al blocco freddo di marmo. Penso a quando Papa Giulio II, col naso all’insù, apostrofava in malo modo Michelangelo, dandogli del “toscanaccio” e minacciandolo di non so quale ritorsione se non si sbrigava a finire il Giudizio Universale della Cappella Sistina; l’artista che con trasporto ha dipinto il contatto fra Adamo e Dio, avrà anche avuto il naso storto e altri mille difetti fisici, ma sicuramente era molto più vicino lui al Creatore del “gallonato” Papa.


L’Arte che ti brucia e ti consuma, quanta verità e partecipazione si trova nelle struggenti parole che Vincent Van Gogh scrive al fratello Teo:<PIU’ DIVENTO DISSIPATO, MALATO, VASO ROTTO, PIU’ IO DIVENTO ARTISTA, CREATORE…..CON QUANTA MINOR FATICA SI SAREBBE POTUTA VIVERE LA VITA, INVECE DI FARE DELL’ARTE. Sono parole sincere, di un’artista che ha vissuto dando il meglio della sua energia nel dare immagine alla propria interiorità, specchio (per chi lo vuol vedere) del proprio ”io” senza filtri, nella totale consapevolezza di mostrare all’osservatore la sua nudità interiore.


In una conversazione serale con un frequentatore di ambienti artistici e la sua compagna; questa, dopo un’argomentare fatto di  nomi e luoghi a voler dimostrare una cultura nozionistica e priva di coinvolgimento emozionale, si sentì libera di apostrofare Van Gogh come:<malato schizofrenico>, allo scopo denigrandolo, in modo gratuito, di ridurne nelle sue intenzioni lo spessore artistico.

Povera signora ingioiellata e piena del suo nulla, come sarebbe stato difficile fargli capire che la sublimazione e il trasporto surreale dell’anima, di un vero artista (in certi casi), ha bisogno anche della follia, per raggiungere quei livelli alti di espressione, che solo Van Gogh e pochi altri come lui hanno raggiunto.


E’ umano pensare che un uomo, anche se dedito all’arte, debba vivere. Ci sono tasse da pagare, non può andare in giro nudo, deve mangiare, ha bisogno di un tetto; queste, come altre cose (necessarie), costano. Se poi l’artista non vive solo (anche se non sente il bisogno del superfluo), un eventuale compagno o compagna sicuramente riesce a farlo stare coi piedi per terra.


Ho conosciuto personaggi che annullandosi in questo grande bisogno di esprimersi, hanno condotto un’esistenza quasi da eremiti, dove l’unica preoccupazione o passione era quella di creare, rinunciando alle comodità; non hanno concesso tempo ad altro se non a spatole, scalpelli o pennelli. Spesso, causa questo “maledetto/amato” fuoco interiore, non sono riusciti a mantenere un rapporto duraturo, hanno rinunciato a figli e amicizie troppo coinvolgenti, in una parola sola si sono annullati nell’Arte. Eppure alcuni di questi, se pur privi di tutto, li ho visti felici, lo sguardo sereno. Ho avuto la sensazione che provassero certe volte pena, per quelle persone magari ricche, ma condizionate ad una vita fatta di forma e di numeri, alla ricerca di un “posto sicuro”, un illusorio successo nella carriera ma con gli occhi spenti e dalla facile irritabilità.


Ricordo un pittore di talento che aveva trovato (per fortuna) una compagna che lo capiva, viveva in una casa “rimediata”, in compagnia di un gregge di animali (cani, gatti, uccelli) raccolti per strada, non proprio bellissimi ma tenuti con amore. Ogni mattina di buon’ora, partiva con la sua “lambretta” scassata, indossando sempre lo stesso giaccone (con il sole o la pioggia) e  andava in un cimitero, dove si era preso l’impegno di affrescare le pareti della chiesetta (dove transitano le salme prima di essere sepolte). Per quello che ricordo, non percepiva per questo lavoro nessun compenso, ma era tanta la frenesia del lavoro che si dimenticava a volte di mangiare; la compagna amorevolmente e senza farlo pesare, gli portava un panino con la frittata calda e si fermava con lui a fargli compagnia.


Ricordo un giorno che sono andato a trovarlo; stava dipingendo una madonna, utilizzando come modella la moglie con in testa il panno che aveva utilizzato per mantenere caldo il panino che gli aveva portato, ogni tanto accarezzava il volto della sua amata, con la scusa di sistemarle il “velo” e sorridevano felici. Lui saltava su e giù dallo sgabello, aggiungeva colori e forma al dipinto come se giocasse, lei commentava i vari passaggi e lui la rendeva partecipe di ogni sviluppo. Prima di entrare mi sono fermato un attimo ad osservare, e ho visto due persone veramente felici, dalla borsa della compagna faceva capolino una bolletta, che per decenza, si era guardata bene dal tirare fuori; per le preoccupazioni c’era tempo, il suo amore in quel momento doveva solo godere a pieno il piacere di una cosa, tutta sua, che stava venendo meravigliosamente bene.


Questo artista accettava quasi con dispiacere, di vendere ogni tanto un quadro. Dico con dispiacere e non a caso; ogni dipinto, simile ad un parto richiedeva una lunga gestazione e non poteva uscire da quella stanzetta se non era assolutamente perfetto e che, cosa ancora più grave, andasse in mani sbagliate. Non era ammissibile il quadro “su commissione”, era solito dire che una madre e lui con i suoi quadri, non sceglie le fattezze del nascituro, da il suo massimo e lo genera con amore. Perché fare una marina, se in quel momento l’ispirazione è rivolta, magari, ad una baita di montagna?


Il cliente è libero di non comprare il quadro, i soldi come detto, fanno comodo, ma se per questo è necessario snaturare la propria creatività e diventare a quel punto dei banali esecutori; meglio aggiungere un po’ di pane alla frittata e saper dire di no, verrà un altro cliente con la sensibilità per capire. La mattina dopo, quando inforcava la lambretta per andare a dipingere la chiesetta (a gratis), aveva bisogno di sentire il cuore e la mente vibrare per il piacere di poter riprendere quel lavoro, che la sera prima aveva lasciato così mal volentieri.


Il mio amico Artista, a completato al meglio gli affreschi, ha avuto i ringraziamenti ufficiali e tanti riconoscimenti dalla critica. Durante l’inaugurazione, lo ricordo nell’atto di schernirsi da tanto clamore; i suoi occhi cercavano quelli della sua compagna per ringraziarla della pazienza che aveva avuto a posare per lui e per tutte le frittate che gli aveva preparato, era come l’invasione di un’orda di estranei, che con la loro inadeguatezza, toglievano luce al sole.


Poco tempo dopo, sempre in quella chiesa resa bellissima dalle sue pitture, eravamo solo in tre: la sua compagna ed io in piedi e lui disteso contornato di fiori; una malattia che non perdona, gli aveva fatto chiudere gli occhi per sempre. Sembrava sorridere, era come se ogni pennellata degli affreschi si riflettesse sulla sua pelle dandogli colore; ad un certo punto la compagna, dopo avergli accarezzato le mani, gli ha posto fra le dita un pennello, l’ho guardata, ma non c’è stato bisogno che mi spiegasse il perché.


Circa due anni fa, incontrai per la prima volta il pittore Gualtiero Passani (classe 1926), in  compagnia della moglie; erano venuti nello show room di Guamo con l’intenzione di visitarlo. Il caso volle che in quella circostanza, fosse presente mia moglie; questa, appena lo vide entrare esordì dicendo:< Professoore!!>, sorpreso, il Passani si girò, chiedendo chi fosse questa signora; lei si fece riconoscere, ricordando gli anni del magistrale, dove lui era stato per quattro anni (45 anni prima) il suo amatissimo professore di disegno. Da li a parlare d’arte per almeno un’ora, è stata la naturale conseguenza; mi trovavo davanti una persona che aveva superato da diverso tempo gli ottanta anni ma estremamente lucido e vitale, elegante, colto e pieno di argomenti interessanti, parlando della sua pittura ed essendo io incuriosito, ho accettato volentieri l’invito ad andare nella sua casa studio per vedere le sue opere.


La casa di un artista non è mai banale; quella di Gualtiero Passani sicuramente non fa eccezione, anzi, vi si respira arte e fantasia creativa in ogni centimetro quadrato. Le pareti ricche di decorazioni, ceramiche, oggetti di varia forma e tipo, con mobili che non potevano non essere dipinti, il tutto realizzato con gusto e fantasia.

Quadri e ancora quadri, sulle pareti, ognuno di questi con la sua storia e una sua giustificazione.


Seguendo la scala interna che conduce al primo piano, anch’essa con tanti quadri sulle pareti, si arriva allo studio; una stanza non grandissima, fornita di due finestre, un pavimento in cotto e il soffitto con travi a vista. L’odore che penetra nelle narici all’apertura della porta, è quello inconfondibile di carta, colori e solventi, le finestre che avrebbero la funzione di dare aria e luce, sono impedite nella loro funzione dalle tele, finite o da finire che le ostruiscono, al centro un tavolo da lavoro, un cavalletto e sculture surrealiste in metallo sulle mensole.

Le pareti invase da quadri; che non trovando sufficiente intonaco, si adattano ad essere accatastati su parte del pavimento, alcuni con cornice, altri senza.

Sul cavalletto un dipinto appena iniziato, sopra il tavolo messi in buon ordine, pennelli piccoli/medi e grandi, matite, carboncini, cere colorate, vasetti con terre policrome ed una infinità di colori in tubetto; tutto l’armamentario di chi quella stanza la vive costantemente.


A tale proposito, la gentile signora Passani, recentemente scomparsa, ebbe modo più volte di raccontarmi quanto fosse, costante e impellente il richiamo di quel rifugio per il marito Gualtiero, mi diceva:<… lei pensi, non facciamo in tempo ad entrare in casa..,  magari dopo essere stati in città e aver camminato molto, con le gambe stanche, lui, non sente ragioni, con la scusa più banale, che poi è sempre la stessa “cara, scusami ma mi è venuta un’idea…”si fionda nello studio, “alla velocità della luce” e Gualtiero non esiste più per nessuno>, poi la signora Atonia aggiungeva:< come avrà notato, non vedo molto bene, ho qualche problema anche in cucina, dovendo mettere il sale nella pasta, o leggere un’etichetta mi trovo in difficoltà e sono costretta a chiamarlo>,a questo punto dopo aver chiesto comprensione al marito con uno sguardo, continuava:<lui non si nega al mio richiamo, arriva trafelato, cercando di assolvere alla bisogna nel minor tempo possibile, poi scusandosi, si dirige a razzo verso il suo studio>.


Dall’altra parte, Gualtiero Passani mi ha confidato che per lui, quando è preso dal suo disegnare, dipingere o modellare, un telefono che suona o una chiamata a voce, è un vero e proprio disastro. Annullandosi, si estranea da tutto e si concentra totalmente su quello che sta realizzando; l’interruzione spezza la magia, lo costringe a distogliere la mente, facendogli perdere la concentrazione, dovendo smettere per fare una cosa utile ma che in quel momento vorrebbe tanto rimandare. Con slancio, mi dice:<Caro signor Paccini (mi chiamo Pacini, ma il suo accento carrarino, gli fa doppiare la “c”), sapesse che fastiidio!!, non c’è niente da fare, ritorno sul lavoro e niente è come prima, perdo la continuità, per ricollegare il tutto, doppia fatica. Ho la sensazione di aver perso il meglio>.


Questo scorcio di quotidianità, umanizza la figura di un’artista, se pur grande per quanto è riuscito a realizzare in oltre 60 anni di attività, alle prese con le piccole cose della vita. Mi ha ripetuto spesso:<….caro Pacini, mi rendo conto di aver vissuto per l’Arte, ho 90 anni e nella mia vita non ho fatto altro che dipingere, disegnare, modellare; ho fatto anche altre cose, ma tutte subordinate a questa “bella malattia” che si chiama Arte>.


Quando stabilisco un contatto con personaggi di questa levatura (pur non essendo un giovane), mi sento come un nipote, che ascolta i racconti di un  nonno “saggio”che molto ha vissuto; Passani parla delle frequentazioni con quegli artisti di cui ho letto solo sui libri.

Di quella volta che durante una collettiva dove era presente anche ,l’iroso ma “grande” Ottone Rosai; questi, insoddisfatto del confronto fra i suoi dipinti e quelli di Passani, non si trattenne e spense brutalmente il sigaro su una delle sue tele.


L’incontro col pittore Moses levy nel suo casotto in riva al mare sulla spiaggia di Viareggio,  che usava come studio, e dove  il giovane Passani portò alcuni dipinti per farli visionare al maestro, e avere un suo giudizio; questi, rimase favorevolmente impressionato dalla visione di queste opere. Addirittura, alla vista del cielo di uno di questi, esclamò:<dove lo hai copiato, è troppo bello perché tu lo abbia fatto da te>. Naturalmente era tutta “farina del suo sacco” e questo lo riempì di giustificato orgoglio.


Ardengo Soffici, Pablo Picasso e molti altri, fanno parte del vissuto di Passani; sentir parlare una persona che ha un grande presente/passato di artista,  di persone che  hanno fatto “la storia dell’Arte moderna” per un appassionato è un po’ come materializzare la teoria studiata, conoscere quelle cose che i libri non riportano, ma che rendono chiari e comprensibili certi percorsi che risultavano contorti, ma che finiscono per risultare semplici, sciolti nel ritmo della vita vissuta.


Alla fine della conferenza, in occasione dell’inaugurazione della personale biografica di Gualtiero Passani, curata e allestita dal sottoscritto, con quasi 300 opere dal 1954 al 2013,fra le altre cose e con un pizzico di emozione disse:<Cercate sempre di amare l’Arte perché sarà sempre compagna dei vostri pensieri, della vostra cultura, della vostra vita; grazie a questo amore, farete sempre figure ottime, di fronte a persone ignoranti che non amano l’Arte>.


Tornando al titolo di questo scritto, ringrazio tanto quelle persone che hanno cercato di farmi vedere il bello delle cose, grazie al loro carisma e intelligenza, mi hanno fatto appassionare a questo mondo. Entrare in un quadro, percorrerlo, emozionarmi di fronte a una espressione che è sangue, vita, emozione, odio, amore, passione, poesia; quel desiderio di ritornare a vedere tutte quelle opere che negli anni mi hanno emozionato.


L’Arte non è inutile, è inutile, vivere senza l’Arte.






Lorenzo Pacini Giugno 2015.